Denim: dopo la crisi, il ritorno

di Giulia Ferri Commenta

I brand che da sempre sono nati e si sono evoluti con il denimwear ci sperano e ci credono fortemente: a settembre con il ritorno della stagione mite il jeans dovrebbe ripartire alla grando dopo 2 anni non certo esaltanti.

Diesel punta punta tutto sul comparto della moda femminile, Rifle è tornata a credere nel proprio rilancio, Fashion Box festeggia i 30 anni di attività, Replay torna con gli utili, Met e Cycle hanno raddoppiato il volume di vendite. Addirittura si vocifera di un ritorno da tanto atteso dei Jesus Jeans.

Ma qual’è la ricetta anticrisi? Indubbiamente è il prodotto che deve invogliare i consumatori a riportare in auge un settore evergreen come quello della jeanseria. Secondo l’indagine di mercato Global Lifestyle condotta da Cotton Usa, oltre il 40% degli intervistati dichiara di avere da 4 a 9 jeans in colori diversi nel proprio guardaroba. L’11% addirittura da 20 a 30 paia.

Inutile dire che il denim è il capo per eccellenza più versatile e abbinabile. E’ inoltre un tessuto molto comodo da indossare e molto resistente. Anzi, come il vino, invecchiando acquista ancora più fascino.

Non tutti sanno che la tela di jeans, brevettata da Levi Strauss nel 1874, è ottenuta dal cotone e che e che più del 50% è prodotta in America. Ma paesi emergenti, che riforniscono soprattutto l’Europa, stanno ampliando le proprie fette di mercato. In primis la Cina, ma anche Bangladesh, Pakistan, Bulgaria e Indonesia.

Secondo le stime di Databank-Cerved Group nel 2010 c’è stata un’evoluzione del giro d’affari dei produttori italiani del 3% e la proiezione del 2011 parla di un +5% nonostanti eventi estranei come la guerra in Libia e lo il terremoto in Giappone. Secondo Rita Molinari, analista di Databank, i risultati sono trainati principalmente dalla produzione fatta all’estero e riguarda sia i prodotti venduti direttamente nei mercati locali sia i prodotti che vengono reimportati in Italia.

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