Mannequin – Le corps de la mode: in mostra a Parigi la storia delle modelle

di Sandra Rondini Commenta

Dopo “The Model as Muse” del 2009 al MET di New York, ora è un altro museo e un’altra città a dedicare una mostra alla figura della modella come ideale femminile di bellezza e simbolo delle contraddizioni tra mondo della creazione, con i suoi figurini eterei, e quello del reale, in cui quei bozzetti devono prendere vita e trasformarsi da bozzetti in “Mannequin – Le corps de la mode”.


E’ proprio questo, infatti, il titolo della mostra che si sta tenendo a Parigi presso le “Docks”, la famosa Città della Moda e del Designche ha sede nella capitale francese. La “mannequin”, come si pronuncia in francese il termine modella e che letteralmente significa proprio manichino, proprio come nella fiaba di Pinocchio non ha sempre avuto un’anima e una personalità da poter sfoggiare in pubblico: fin dalla nascita dell’alta moda con Paul Poiret, doveva restare ore a disposizione della Premiere, la caposarta, autentica dittatrice dell’atelier e, quando sfilava, sperare di attirare l’attenzione di qualche facoltoso signore per cambiare finalmente vita e sistemarsi. Nella sua mente vi era il sogno di una vita borghese. Erano ancora lontani gli eccessi rock’n’roll di modelle come Kate Moss e Jerry Hall, intente non solo a sfilare, ma anche a vivere al massimo la loro vita sotto i riflettori mediatici che, all’improvviso si sono accesi su queste professioniste del settore. Ma com’è successo?

Lo spiega questa mostra il cui percorso espositivo è articolato in sei sezioni. Ne “La fabbrica del modello” si possono ammirare veri manichini sartoriali molto antichi, in legno, vimini o cera contrapposti a fotografie che mostrano le “mannequin”, i primi “manichini” in carne e ossa su cui gli stilisti dell’epoca amavano drappeggiare i loro abiti, improvvisando creazioni che la premiere si sarebbe poi preoccupata con il suo staff di trasformare in cartamodello e quindi realizzare con rigore e criterio, studiandone tutte le misure e proporzioni. Proprio sulla contraddizione tra manichino e mannequin si interrogano con le loro splendide fotografie artisti come Guy Bourdin, Helmut Newton e Valérie Belin. C’è poi la sezione “Il corpo all’opera” che mostra i salottini delle maison dove le modelle erano a disposizione delle clienti per valutare linee e toccare con mano tessuti. Ne “La meccanica delle pose” dagli specchi dei salottini si passò finalmente alle passerelle vere e proprie, con modelle abituate al chiuso di un atelier costrette adesso a mostrarsi sotto gliocchi impietosi della gente. In questa sezione si possono così ammirare in un raro video del 1923 le prime timide e imbarazzate modelle che sfilarono in pubblico con pose impacciate, così diverse dalle valchirie di oggi, così sicure del proprio corpo e della propria sensualità. Ma erano altri tempi e non stava bene per una signorina di buona famiglia esporsi così perché dava adito a pettegolezzi sulla sua vita privata. Come si vede, in ogni campo, le prime donne sono tutte pioniere in un mondo che le vuole solo madri e mogli. Ma ecco che il manichino prende vita, corpo e consapevolezza di sé. Nascono le prime “top model.

Secondo il libro “Model: The Ugly Business of Beautiful Women” di Michael Gross questa parola sarebbe stata usata per la prima volta negli anni Quaranta, dall’agente Clyde Matthew Dessner, che scrisse una sorta di manuale della moda. A quell’epoca erano considerate supermodel Cathee Dahmen, Dorian Leigh, Dovima e Anita Colby. Ma la primissima top model fu Lisa Fonssagrives che, tra gli anni Trenta e Cinquanta, conquistò le copertine di magazine prestigiosi come “Life”, “Time” e “Vogue” e proprio la collaborazione artistica tra Vogue e Lisa Fonssagrives ha accresciuto la reputazione della testata nel mondo della moda. Nel 1968 ormai il termine era sdoganato e dettavano legge in materia di bellezza star come Twiggy, Veruschka e Jean Shrimpton. Nella sezione “Gli stati dei corpi” si assiste ai cambiamenti dell’estetica, dal modello “alto, snello, senza fianchi e caviglie fini” imposto in America nel 1924 dal designer parigino Jean Patou, fino al concetto di bellezza imperfetta diffuso negli anni Novanta.

La sezione “La scomparsa del corpo” è dedicata ai cataloghi dei produttori del XIX secolo in cui il corpo era classificato, numerato, ritagliato insomma assente. A chiudere la mostra, che resterà aperta fino al prossimo 19 maggio 2013, la sezione “Identità multiple. Dall’anonimato alla celebrità” in cui lo stilista, all’inizio del XX secolo, si incapricciava di un certo tipo di bellezza e lo moltiplicava nei suoi defilè, creando così i primi mood di make up ed hair styling della storia, con le modelle truccate e pettinate tutte uguali. Proprio come si è tornato a fare oggi, con una schiera di anonime bellezze, che sembrano tutte uguali. In pochissime riescono ad emergere e sono lontani gli anni Novanta, vera età dell’oro per questa professione, come le dive delle passerelle diventate dive mediatiche come e più delle star hollywoodiane.

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