Addio Amy Winehouse, voce soul e antidiva nel look

di Redazione Commenta

Anche lei ci ha lasciato. L’hanno chiamato Club dei 27 e riunisce, tristemente, alcune delle più grandi rockstar e popstar, tutte decedute alla giovane età di 27 anni: Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Kurt Cobain e Brian Jones, per citare solo i più famosi. E al nero elenco, da sabato 23 luglio, si aggiunge Amy Winehouse, inglese dalla voce graffiante e soul.

E’ davvero molto triste leggere sulla rete i numerosi commenti in cui gli utenti dichiarano che la sua morte non è stata una sorpresa e che, anzi, c’era da aspettarselo. E’ triste perché evidentemente in molti avevano visto e intuito il pericolo e in qualche modo sapevano che qualcosa di terribile le poteva accadere, ma nonostante ciò nessuno le è rimasto accanto ed Amy è rimasta sola a distruggersi.

La sua voce, la sua ribellione, i concerti lasciati a metà per l’impossibilità fisica a portare avanti lo show. E poi la pettinatura parossistica, il make up anni Cinquanta, la magrezza estrema, gli outfits stile pin up: Amy ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica e noi di Modalizer vogliamo ricordarla parlando del suo stile un po’ folle ed estremo, che tanta curiosità ha sempre suscitato.

Il suo look è stato definito trash, per i numerosi tatuaggi in evidenza, le esagerazioni nelle dimensioni ridotte di gonne e shorts, per le peep toe sempre ai piedi delle gambe magrissime. Spesso mixava colori fluo a motivi animalier o a corpetti strizzatissimi e fancy dress, in un amalgama a volte confuso ma di certo di forte impatto visivo.

Il suo stile iperbolico (su tutto l’acconciatura e la riga di eyeliner caricaturali) ha spesso destato scapore e sono addirittura nati costumi per Halloween che lo ricalcavano. Quando veniva fotografata per strada sovente la si vedeva sciatta e trasandata, perfettamente in antitesi con gli outfits delle uscite ufficiali, studiate dagli addetti all’immagine nei minimi dettagli.

Quello che indossava faceva naturalmente parte del personaggio che le avevano cucito addosso: un’operazione di marketing che la voleva eccessiva, senza misura, senza stile, senza gusto, senza equilibrio. Il corpo esile e il seno esageramente messo in evidenza da scollature a cuore e gonfiato dalle protesi e dai reggiseni imbottiti; le gambe quasi scheletriche e i plateau tacco 15; la voce graffiante e calda e i pois o i motivi a quadretti Vichy naïf e dal sapore infantile.

Lo scorso anno Amy aveva anche debuttato nella moda disegnando una collezione per il marchio britannico Fred Perry: capi dalle dimensioni ridotte, piccole polo, gonne fermate in vita da cinture oversize, maglie dallo scollo a V a sottolineare il decolleté, pullover a rombi che si trasformavano in mini abiti sexy. Una parentesi di tranquillità e fiducia da parte del sistema, nella sua vita così densa di emozioni forti e al limite.

Il Nord della bussola della vita di Amy Winehouse è sempre stato instabile, incerto, a volte quasi impazzito: in Amy si concentravano opposti dicotomici e in conflitto. In fondo era così che l’avevano disegnata, come diceva tristemente Jessica Rabbit, personaggio cartoonistico che un po’ le somigliava nell’aspetto esplosivo e nell’animo malinconico, così spesso frainteso e incompreso.

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