Marta Ferri presenta ad AltaRoma la sua collezione pret a porter a/i 2012-2013

di Sandra Rondini Commenta

Una rondine non fa primavera e un mix di canzoni d’oro anni Sessanta stile Carosone & Co. non fanno per forza effetto simpatia soprattutto se la collezione non è delle più innovative e se si tratta di una giovane designer l’annotazione è preoccupante. Stiamo parlando di Marta Ferri per la quale si sono scomodati anche i fratelli Lapo e Ginevra Elkhan per applaudire di persona la figlia di un fotografo e di un interior decorator, abituata a vivere sul set con il papà mentre, attraverso la mamma, respirava i colori, l’amore per i dettagli e per le atmosfere.

Dopo aver vissuto a New York, ha iniziato a collaborare con Prada come Visual Merchandiser finché nel dicembre 2010 ha lanciato la sua prima collezione di abiti su misura. Marta Ferri vanta una clientela di nicchia milanese e internazionale ed i suoi abiti, che realizza esclusivamente su misura, sono in vendita presso il suo atelier, da Banner e da Biffi a Milano. Detto questo, AltaRoma continua a proporre progetti che esulano dalla sua mission: lanciare, o meglio, salvare, la couture. I giornalisti che vogliono assistere a una sfilata di alta moda e non di pret a porter dovranno andare per forza a Parigi. Rassegniamoci. La couture perde terreno e avanza il pap delle nuove leve.

Va bene sostenere i giovani, ma Marta Ferri ha già una carriera ben avviata e nel contesto di AltaRoma, con le sue modelle ballerine centra poco e nulla. I suoi capi dela collezione invernale 2012-2013, dal taglio classico e senza eccentrici guizzi d’estro creativo, sono all’insegna di uno sporty chic metropolitano easy to wear. Freschi, dalle silhouette comode ed eleganti, sono deliziosi da vedere perché restituiscono un’idea di moda sana, vera, portabile, fatta di pochi capi essenziali in eleganti nuance. Pulizia, sartorialità e rigore. Grande pret a portér. Ma cosa centra con l’alta moda?


Auguriamo a chi sogna ancora di poter fare alta moda di trovare un palcoscenico migliore per far valere il suo talento. Ad AltaRoma chiaramente tutto questo non interessa. Come non interessano i blogger (costretti a trafile di accredito che hanno dell’incredibile, mentre anche la firma più scarsa di un quotidiano ha libero e immediato accesso), ma l’indifferenza è reciproca. Per non parlare delle nuove tecnologie e degli show avantgarde. Roma celebra sempre il passato, è archeologica e necrofila per definizione e, come diceva Flaiano, resta la più provinciale delle città.

Il Brancaleone team di AltaRoma realizza mostre che ‘puzzano’ di naftalina, altre pseudoconcettuali senza un vero filo conduttore, non attrae buyer importanti né la grande stampa internazionale, se non l’assistente dell’assistente… Non siamo d’accordo con Capucci che sostiene che l’alta moda sia morta, è Roma come capitale della couture italiana ad esserlo. E davvero dispiace doverne prendere atto definitivamente. Che peccato che ormai a Firenze ci sia il Pitti, altrimenti sarebbe davvero il caso di tornare lì dove tutto è cominciato per un vero Rinascimento.

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