Quando la moda non si sottrae all’impegno sociale e umanitario

di Redazione 1

Il mondo della moda non è solo vacuo show e sfoggio di lusso: può anche essere (e sempre più spesso lo è) portavoce e sostenitore di tematiche sociali di grande importanza. Sempre più frequentemente vengono organizzate sfilate contro la povertà (Naomi Campbell e Kate Moss per Fashion for Relief) ed eventi no profits; molte modelle donano il proprio compenso e prestano il loro volto per campagne contro la violenza sulle donne e sugli animali.

A volte il risultato è davvero superbo, basti ricordare la super top Christy Turlington e la sua partecipazione memorabile alle iniziative dell’associazione Peta: completamente nuda e una scritta sullo sfondo in cui affermava di preferire girare nuda piuttosto che indossare una pelliccia. Senza dimenticare Louis Vuitton e la sua partership con Climate Project e TommyHilfiger e il suo impegno per la ricerca contro il cancro al seno.

Molti pensano che la moda non abbia nulla a che vedere con le battaglie sociali e che dovrebbe limitarsi a interessarsi di frivolezze, mondanità e starlette. Secondo noi, invece, il mondo della moda ha fatto e continua a fare moltissimo a sostegno dell’emancipazione femminile, per la tutela dei diritti delle donne e, in generale, a supporto di tematiche sociali di enorme rilievo. La moda è un sogno e vive di sogni, ma a volte riesce anche a realizzarli. 

Può così accadere che a Medellin, in occasione della Fiera Colombiamoda 2011, alcune modelle sfilino con un bavaglio sulla bocca o con un foulard a bendare gli occhi sulla passerella di Olga Piedrahíta: donne che non parlano e non vedono perché obbligate dalla società a non farlo, in nome del quieto vivere e dell’apparenza formale. O forse rappresentano un modo di vivere la società violenta, di fronte alla quale si rimane spesso zitti e si fa finta di essere ciechi, per non doversi scontrare con i fantasmi della responsabilità e il pericolo di coinvolgimento. O ancora la stampa zittita dai poteri forti, come ben rappresentò Gattinoni per l’autunno/inverno 2010 con il suo abito bavaglio.

Lo scorso febbraio, durante London Fashion Week, il designer francese Charlie Le Mindu ha fatto sfilare una sua modella in modo scioccante e provocatorio: nuda e coperta di vernice rossa, come fosse insanguinata. Dalle sue passerelle si è levato un grido contro la violenza e la guerra: una testimonianza diversa, che usa le immagini forti e il fashion business anziché il dibattito politico per comunicare il proprio dissenso.

Può accadere che si realizzi un calendario senza veli fuori dal comune, con le modelle vestite di bikini fatti di strisce di petrolio nero, simbolo della devastazione ambientale e della distruzione di interi ecosistemi da parte dell’uomo e della sua fame insaziabile di denaro e potere. Surfrider, associazione impegnata nella tutela di oceano e coste, l’ha realizzato quest’anno ed è sexy quanto quello firmato Pirelli.

La moda, però, è anche piena di contraddizioni: accade allora che alcuni personaggi molto noti gridino ai quattro venti di sostenere con vigore le associazioni ambientaliste che si occupano di salvaguardare la natura, ma contestualmente indossino con grande disinvoltura pellicce e accessori in pitone durante le sfilate e le serate mondane. Paradossi viventi: in questo caso preferiremmo zero impegno sociale ma coerenza, a quest’arrogante ipocrisia.

Commenti (1)

  1. La moda possiede un grande potere comunicativo e dovrebbe usarlo sempre di più per promuovere campagne di questo genere!

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