Manifestazioni animaliste contro l’uso delle pellicce e dei pellami

di Lorena Scopelliti Commenta

E’ ormai storia vecchia: i designer continuano a sfornare modelli sempre più lussuosi e rari di pellicce e gli animalisti proseguono nella loro campagna contro l’uso delle animal fur senza soluzione di continuità. Ormai non fa più nemmeno notizia, la lotta è diventata una prassi. E le due parti, spesso, sembrano non ascoltarsi.

L’industria delle pellicce è dominata da una logica senza scampo e senza cuore, quella del profitto, basata sul principio che il lusso si rivolge ai ricchi, questi ultimi sono (parlando in termini economici) big spender e di conseguenza non si può non far spendere poco a una categoria simile: un big spender è disposto a pagare tanto, tantissimo, è un diritto che non gli si può negare.

E così i designer si industriano come possono: macchine tempestate di svarovski, vestitini per cani impreziositi da diamanti, scarpe con tacco in platino. E pellicce, che sono uno dei simboli per eccellenza della ricchezza ostentata.

Nella piramide di imitazione fashion il trend si espande alle categorie alte e medie, che replicano il luxury factor attraverso soluzioni meno dispendiose, ma pur sempre mutuate dalla matrice originaria. Ad esempio: se si è deciso che un anno è quello delle borse in pitone, per strada vedremo borse in vacchetta stampa pitone. Stessa cifra stilistica ma a un prezzo più contenuto.

Gli animalisti hanno da sempre un atteggiamento risoluto e  di ispirazione cruelty free, inteso anche come tutela verso le creature indifese, spesso in via d’estinzione e molto rare. O, semplicemente, semplici creature viventi che vengono uccise per il fashion biz. Un mood che non c’entra nulla con le logiche di profitto e che per questo non può che soccombere di fronte a quello che Giorgio Bocca chiama Dio Denaro.

Per farsi ascoltare gli attivisti adottano diverse strategie, ma da qualche anno la regola è manifestare in modo eclatante, perché solo così possono riuscire a far parlare di sé e a diffondere il loro messaggio: come non ricordare, in proposito, le decine di corpi nudi, spruzzati di vernice rossa e accatastati l’uno sull’altro che abbiamo visto a Madrid nel 2009.

Chi, lo scorso anno, si è ritrovato a passeggiare in Piazza San Babila, dove c’è il superstore Max Mara di Milano, si sarà visto circondato da donne e uomini che esponevano foto in cui erano ritratti animali scuoiati, cartelli e striscioni che urlavano il dissenso verso le pellicce e contro l’uccisione di animali perpetrata da parte dell’industria delle animal fur.

Il 4 agosto scorso un gruppo di attivisti della PETA ha manifestato di fronte all’Associazione dei produttori di calzature di New York travestiti da mucche, per protestare contro l’uso dei pellami nell’industria di borse e scarpe. Cartelli e slogan che invitavano a diventare vegetariani e affermavano che gli animali non sono nati per vestirci.

La rappresentante di PETA, Efe Ashley Byrne, ha dichiarato:

Con tutti i materiali ecologici che esistono nell’industria della moda non c’è ragione per cui dobbiamo indossare scarpe fatte di pellame animale […] La pelle è molto dannosa per l’ambiente, perché per trattarla affinché non si decomponga vengono utilizzati prodotti chimici molto tossici e spesso gli scarti finiscono in acqua, inquinandola.

Tra gli stilisti che hanno scelto di adottare un comportamento etico (PETA è acronimo di People for Ethical Tratment of animals) ci sono Stella McCartney (quando lavorava per Gucci si rifiutò di disegnare capi in pelle), Clavin Klein e Raplh Lauren.

Non si contano, invece, le celebrità che hanno prestato il loro volto per l’associazione: tra gli altri Charlize Theron, Natalie Portman, Christy Turlington, Eva Mendes, Pamela Anderson, Natalie Imbruglia, Paul McCartney, il cestista NBA Dennis Rodman, la cantante Pink, Jennie Garth, Khloe Kardashian, Elisabetta Canalis.

 

 

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